L’amara teoria: perché la musica è (in realtà) una cosa semplice

Occhi leggermente sbarrati, labbra contratte, un misto di stupore, paura e fastidio. Non sto parlando della reazione tipica di chi guarda un film dell’orrore, ma dell’espressione facciale dei miei allievi quando pronuncio le parole “teoria musicale“. Questa arcana arte suscita timore e diffidenza: appena il musicista in erba la sente nominare, si cruccia pensando alle ore che dovrà impiegare per cercare di capirla, invece che dedicarsi a suonare il suo strumento preferito.
Ma la teoria è davvero così difficile? E come mai tanta reticenza nell’affrontarla?

Un brindisi… amaro.

Siete seduti in un bar, assieme a dei vostri amici, e ordinate da bere. Uno dei presenti vi convince a bere un cognac d’annata, che vi costerà ben di più della birretta che volevate prendere, perché “è un’esperienza imperdibile“. Del resto, ve lo sta consigliando lui, che si proclama un esperto conoscitore di tali bevande. E’ la prima volta che bevete un distillato. Molto probabilmente non vi piacerà. Anzi, vi chiederete cosa spinge un essere umano a riempirsi la bocca con qualcosa di così amaro, che brucia tantissimo e che vi lascia pure il suo sapore in bocca.

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E valuterete l’idea di una carriera circense

Il vostro amico però, mentre state ancora ponderando se tenervi il gusto in bocca o fare dei gargarismi con Mastrolindo Pavimenti, vi invita ad ascoltare meglio le vostre papille gustative e a notare tutti i sapori e tutti gli aromi che lui sta assaporando. Non riuscite ad ammettere che vi fa schifo davanti a lui. Del resto, è un esperto, e nessuno vuole sembrare un incompetente davanti a un proprio amico. Cercate di contenere l’espressione di disgusto, dite però di “non capire bene”, di non essere intenditori. Ed è allora che l’esperto in questione vi propina la frase chiave :”Devi passare anni a bere tanti cognac diversi, e alla fine apprezzerai“. Chissà se avrò ancora voglia di bere cognac…

Con la teoria musicale avviene la stessa situazione. Noi vogliamo suonare, siamo desiderosi di sentire uscire della musica dal nostro strumento, e ci vengono sbattute in faccia una serie di regole che non capiamo, e nemmeno riusciamo a comprendere perché possano servire al nostro scopo. La scena dell’insegnante che, pur di inculcare la teoria all’allievo in tutti i modi, gli fa perdere la passione per lo strumento e la voglia di continuare a suonare è purtroppo molto frequente. Spesso l’allievo stesso si sente in colpa per questo: non essendo un esperto, non può capire che se gli fosse stata posta in maniera diversa, gli sarebbe stata utile e gli avrebbe dato una comprensione migliore di ciò che stava suonando.

La semplicità complicata

Analizziamo meglio la situazione precedente: il nostro amico ci ha fatto assaggiare un cognac costoso e complicato, ci ha suggerito cosa dovevamo aspettarci e ci ha lasciati soli col nostro disgusto e il portafogli alleggerito. L’unico suggerimento è stato di continuare a provare e re-iterare il processo fino a che non avessimo capito il gusto che lui stava apprezzando. Partiamo dal presupposto che non sia un falso competente, ma che realmente lui stesse gustando appieno il cognac. La sua esperienza era reale, non si stava inventando nulla. Quello che non sapeva comunicare era il procedimento per arrivare dallo status di ignorante allo status di assaggiatore.
Ma se questo stesso amico ci avesse convinto ad assaggiare un cognac meno impegnativo, e ci avesse insegnato anche le tecniche di assaggio, probabilmente ne avremmo tratto un’esperienza migliore. Meglio ancora se l’amico, in quanto tale, piuttosto che farti scialacquare uno stipendio, si proponesse di offrirti da bere per insegnarti come apprezzare un buon distillato. La cultura, ahimè, si paga.

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In foto: giornata tipo in biblioteca.

La radice culturale della “teoria impossibile” va ricercata nella storia della nostra didattica musicale. Da tempo immemore, lo scopo principale di questa è la scrematura delle persone “dotate di vero talento” rispetto a quelle che invece non otterrebbero mai gli stessi risultati. Con il risultato di creare in piccola parte dei musicisti eccellenti, e per la maggior parte degli individui frustrati per non essere arrivati ai risultati richiesti. Un sistema di questo tipo avrebbe senso se stessimo cercando una figura professionale il cui scopo è la salvaguardia del genere umano. Ma la musica è un hobby per la maggior parte delle persone, e un hobby che viene coltivato deve dare in primis soddisfazione a coloro che lo praticano. Se poi giungono dei risultati artisticamente eccellenti, ben vengano. Se però il prezzo da pagare è la creazione di un quantitativo importante di persone deluse dalla musica, allora ci stiamo muovendo nella direzione sbagliata. Se poi queste ultime arrivano alla posizione di insegnante, è logico aspettarsi un addossamento della propria frustrazione sugli studenti.
Ciò su cui si pone un attenzione troppo marginale è invece la preparazione che dovrebbe avere un didatta. Lo scopo di quest’ultimo è proprio cercare di far superare i momenti critici, sia teorici sia pratici, permettendo all’allievo di essere soddisfatto di come suona.

La nuova generazione

Fortunatamente la didattica si sta muovendo in una buona direzione in tal senso. I testi teorici musicali si stanno pian piano convertendo a un linguaggio umano e comprensibile dai più. Esistono delle analogie che possono aiutare le persone a capire meglio i meccanismi della musica. In questo video spiego come associare le note ai numeri, rendendone l’ordine più facile e utilizzabile (sono pienamente convinto, in tal senso, che l’adozione nei paesi anglosassoni delle lettere anziché dei nomi delle note come in Italia faciliti l’approccio alla musica).
Chiaramente non tutto può risultare immediato. Albert Einstein diceva “Bisogna rendere ogni cosa il più semplice possibile, ma non più semplice di ciò che sia possibile!”. Nulla costa però all’insegnante cercare costantemente semplificazioni a ciò che si vuole far raggiungere all’allievo.
Ricordo ancora con il sorriso il ragazzino che durante una lezione mi chiese: “ma se imparo tutte queste cose, poi arriverò a suonare della musica che mi farà impazzire?!?”.
Fortunatamente questo succedeva molti anni fa. Mi trovo a mio agio con gli allievi più giovani perché non si fanno intimorire dalle note o dall’imparare qualcosa di nuovo. Non avendo incontrato ancora nessuno che li spaventi in tal senso, si approcciano alla teoria come se fosse un gioco. Gli adulti, memori di esperienze passate, sono più diffidenti: un allievo una volta mi disse, dopo aver imparato la struttura della scala maggiore “ho ottenuto un master in economia aziendale. Niente di quello che ho studiato era difficile come questa roba qui”.  Il che apre due possibili scenari: o la persona in questione nel corso degli anni ha perso l’elasticità mentale per apprendere cose nuove, oppure l’economia aziendale è davvero un gioco da ragazzi.

Se tutti i principi didattici fossero concentrati sul coinvolgere e divertire l’allievo fin dal suo primo approccio con qualsiasi argomento, probabilmente avremmo un mondo in cui nessuno si spaventa quando deve apprendere qualcosa. Imparare non fa mai male.

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O quasi.

 

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