Se sei un musicista, vai a vedere Coco. E anche se non lo sei.

[ATTENZIONE: potrebbe contenere spoiler. Siete stati avvisati!]

Di solito qui sul blog scrivo di musica e di didattica. Questa volta farò uno strappo alla regola, perché sento di dover scrivere qualcosa in merito a questo ultimo lavoro della Pixar.

Un film d’animazione che mi ha colpito profondamente, spingendomi alla riflessione in alcuni punti e convalidando certezze solidificate da tempo in altri. Di certo le tematiche trattate hanno contribuito a questo: un ragazzino messicano che sogna di diventare musicista, le cui vicende si snodano durante il Dia de Muertos, tra conflitti con la famiglia che non lo supporta e contatti con i suoi parenti defunti.

Ho trovato questo lungometraggio animato davvero eccezionale, in particolare nell’affrontare due tematiche potentissime. Rimanendo come di consueto nel lato didattico, trovo che la visione di questo film da parte dei bambini sia un modo ottimo di educarli all’affrontare due aspetti fondamentali della vita: la moralità e la morte.

Il fine non giustifica i mezzi

Ma andiamo con ordine. Il film inizia col racconto di come un’intera famiglia di calzolai repelle completamente ogni forma di musica. Questo perché generazioni prima il capofamiglia, per inseguire sogni di successo, abbandonò moglie e figlia alla più totale solitudine. Chiaramente, non ci può essere pretesto migliore per una storia: uno degli ultimi discendenti della famiglia ha una passione per la musica che va oltre alle severe restrizioni familiari.

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Ciabatta fetente della nonna: miglior ragione del mondo per fare ciò che dice.

Il ragazzo non ci sta, cerca di partecipare a un talent del paese, ma la nonna gli sfascia la chitarra. Sempre più deciso a non mollare, decide di rubare quindi uno strumento appartenuto a un grande musicista scomparso, custodito in un piccolo mausoleo. Ma appena tocca la chitarra, il ragazzo viene trasportato nel mondo dei morti, per aver derubato un defunto della sua proprietà.

Onestamente arrivato a questo punto mi aspettavo una banalità: pensavo che il ragazzino, prendendo la chitarra del musicista scomparso, diventasse un musicista straordinario acquisendo l’abilità in modo sovrannaturale. E invece no. Il chitarrista in erba è certamente un fenomeno, ma la sua abilità è data dalle ore passate a imitare e imparare le canzoni del suo idolo. Tempo che il ragazzo si ritaglia mentre passa la giornata a lustrare scarpe.
Trovo che lo scenario dipinto in questo splendido quadro sudamericano sia splendido, in netta contrapposizione con l’opinione comune che sia il talento innato a contribuire al successo di un musicista. Oppure che tale successo sia legittimato da uno stile di vita benestante, che permetta allo studente di dedicare quanto tempo vuole, incurante del dover provvedere al sostentamento della propria persona o della propria famiglia.
Tenacia vs Talento – 2 a 0.

Ma non è finita qui. Il furto del ragazzo, punito con la maledizione (incipit che poi gli permetterà di sviluppare tutta la sua avventura, certo, ma pur sempre di una sorta di ‘punizione’ si tratta) è solo la prima di una serie di situazioni in cui si sottolinea come la linea morale di un determinato personaggio influisca direttamente sulla qualità della propria esistenza. Poco importa se apparentemente tutto sembra filare liscio per chi fa il furbo e si destreggia nella vita a discapito degli altri: più il film prosegue, più tutti i nodi vengono al pettine. Viene smascherata la bugia più grande: il musicista tanto adorato da tutti non è che un assassino e un ladro di idee (a tal proposito, un plauso all’indicazione di tempo nello spartito del brano Ricordami, ossia “rubato“). Il semplice manigoldo, incontrato per caso, che si ritrova ad aiutare il ragazzino nella sua avventura si rivela essere un artista, mai compreso dalla moglie in vita e nella morte. Oltre che essere parente del bambino stesso, ed essere di animo incredibilmente generoso.

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Anche se “Miguel! Sono il tuo trisnonno!” sembra davvero un taroccone messicano stile Bollywood.

Perfino la trisnonna capofamiglia, apparentemente austera e vendicatrice, si rivelerà poi di una sensibilità invidiabile. Senza dimenticarci del trigrottone verde con le ali, spirito guida della trisnonna, all’apparenza minaccioso, che invece aiuterà il ragazzino più volte durante la sua avventura.

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Solo io ho pensato “Per il potere di Greyskull!” ?

In un periodo dove si stanno smascherando decine di scandali riguardanti star hollywoodiane, questo aspetto non può che essere apprezzabile. Accezione comune è che per accedere al mondo dello spettacolo (e con questo includo musica, cinema e qualunque forma di intrattenimento pubblico) si debba scendere a dei compromessi morali più o meno evidenti. Io credo, all’alba del 2018, che sia giunto il momento di cambiare quella che fino a poco tempo fa sembrava una consuetudine, e spiegare ai nostri figli che essere delle brave persone, alla fine, ripaga sempre.

L’unica certezza insieme alle tasse

Altra grande tematica del film è la morte, che viene ritratta prendendo spunto dal Dia de Muertos delineando un mondo parallelo non distante dal nostro, in cui ciò che rimane della nostra passata vita continua a esistere tra quotidianità e passatempi.

Apro una breve parentesi.
Due anni fa (quasi tre) è venuta a mancare mia nonna paterna. Da allora, mio nonno, suo marito, non esce praticamente più di casa. Anche se sollecitato, non si muove se non per andare nel suo giardino. Rifiuta le visite e gli inviti, sostiene di aver sempre qualche problema di salute che lo costringe a rimanere fermo. Io stesso ho provato qualche volta a smuoverlo, senza risultato.
Il suo salotto è diventato una specie di tempio in onore di mia nonna. Niente di male in ciò, certamente. Chiaramente è un modo per averla sempre accanto e per ricordarla. In questo caso però, non è un comportamento sano: è palese che non abbia mai accettato la dipartita di mia nonna, e che qualcosa dentro di lui è scattato e lo ha bloccato in una sorta di limbo da cui non riesce a uscire. E forse non ne uscirà mai.

Credo che una delle cose che meno sopporto del retaggio culturale italiano sia proprio il nostro culto dei morti. La morte viene vista come un qualcosa di terribile e da evitare a tutti i costi. Senza nulla togliere alla sacralità della vita e al rispetto per la stessa, e chiaramente anche al diritto che ognuno di noi ha di gestirla come meglio crede, la visione della morte come fine di tutto è il principale motivo che ci porta a non accettare la scomparsa di una persona cara.

Ma questa incapacità di vivere il lutto non ci appartiene. Ho lavorato con diversi gruppi di bambini, durante i campi scuola d’estate, per introdurli alla chitarra e alla storia della musica. Quando si introduceva l’argomento della morte, c’erano due reazioni diverse a seconda dell’età della classe a cui insegnavo. Fino ai dieci anni, l’incontro si trasformava in un necrologio: qualsiasi bambino voleva dire la propria su un parente o con conoscente morto. “Mio papà è morto l’anno scorso!” – “Mio zio è morto qualche giorno fa!” – “Mio fratello è nato ma poi è morto!” sono un esempio di alcune espressioni che ho sentito pronunciare in quei momenti. Ma tutto cambiava con l’alzarsi dell’età: superati i dieci anni, se un bambino enunciava una perdita, veniva ricambiato con occhiate sospette da parte dei coetanei, come se la morte di una persona cara non fosse una cosa di cui parlare con leggerezza, tantomeno da enunciare al pubblico. Questo significa che passiamo da un principio di inconsapevolezza al rifiuto della morte in un tempo piuttosto breve, in un periodo della nostra vita in cui qualunque nostra considerazione morale ci rimane marchiata a fuoco nel cervello. E su questa questione, penso che il dito vada puntato sulla qualità dell’insegnamento religioso presente in Italia.

Trovo paradossale che la cultura cattolica influenzi così tanto la nostra società e che invece venga completamente ignorata quando ci si approccia a questo tema. Dovrebbe essere questo il vero senso della religione: dare un modo per affrontare l’esistenza, vita o morte che sia, infondendo un senso di sicurezza all’individuo e dando una spiegazione (opinabile, certamente!) a ciò che ci succede attorno.
Probabilmente, da qualche decennio a questa parte, essendo emersa la cultura dell’individuo in maniera più dominante rispetto a quella religiosa, è rimasta nelle persone una falla che si manifesta in queste circostanze. Le persone che credono in modo fervente alla religione affrontano la morte propria e altrui con una dignità e una sicurezza che da un lato può apparire addirittura esagerata. Ma di certo è più utile questa “cieca convinzione”, per la persona, che non una eterna e infinita disperazione per una perdita.
Credo che se negli ultimi anni la religione cattolica in Italia (intesa dal lato clericale ma anche dal lato delle diverse associazioni che non rivestono cariche ecclesiastiche che si occupano dei fedeli: catechismo, gruppi parrocchiali etc.) si fosse concentrata più sul fornire una base di appoggio a queste grandi tematiche, piuttosto che concentrarsi sulla fomentazione dell’odio nei confronti dell’omosessualità e della fecondazione assistita, avremmo di sicuro persone meno spaventate dall’ombra oscura della morte.

Interessante per gli adulti, un must per i bambini

L’unione di questi due aspetti è una bomba educativa di proporzioni mastodontiche. Non lasciare andare i tuoi sogni, inseguili fino in fondo.
Ogni tuo successo sarà frutto del tuo impegno per raggiungerlo.
Ricordati di essere una persona rispettosa, con saldi principi morali.
Non esistono scorciatoie per vivere meglio che passano attraverso la sfortuna di altri individui come te. Nel lungo termine, tutto torna indietro.
La morte è il passaggio tra la vita e qualcosa che non conosciamo. Potrebbe essere un mondo come il nostro, o completamente diverso. Vivi giustamente il lutto, per la mancanza della persona cara, ma non incentrare la tua vita attorno a esso.

E non dimenticarti dei tuoi cari. Tutti loro hanno contribuito in qualche modo a ciò che sei adesso. Porta il loro ricordo sempre con te.

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E anche un bel pacco di fazzolettini per il finale. Pixar maledetta.

Dedicato a mia nonna materna, scomparsa da circa 2 anni, che è stata la prima persona ad aver sentito una canzone uscire dalla mia chitarra.

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5 comments

  1. Concordo perfettamente con quanto scritto. Il film è bellissimo ed è bello pensare al dopo/ morte nel modo descritto nel film. Farlo per i bambini e per noi adulti renderebbe più piacevole il pensiero di affrontare la Morte.

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