Tre pensieri (sbagliati) sul lavorare con la musica.

Il musicista è una figura dal valore ambiguo da sempre, agli occhi delle persone. Da un lato, c’è chi trova affascinante la dedizione alla musica e la produzione di essa; dall’altro, chi vede solamente un individuo che cerca di fuggire ai propri doveri nella società e che non ha voglia di impegnarsi nel mondo del lavoro.

Questa opinione bivalente ha incentivato, nel corso dei decenni, la creazione di diversi falsi miti attorno alla figura di chi sceglie la musica come propria professione. In questo articolo, ne analizzerò semplicemente tre, anche se la lista potrebbe essere moltomolto più lunga.

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“L’è nemmeno un rotolo!”

“E’ solo questione di fortuna riuscire a vivere di musica”

Questo è uno dei falsi miti diffusi sia tra chi non ha mai suonato uno strumento, sia tra chi invece si diletta nel mondo della musica solo in modo amatoriale. Sembra che riuscire a trasformare la musica in lavoro corrisponda, né più né meno, a trovare il biglietto dorato nella tavoletta di cioccolata di Willy Wonka.

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“Sarò il chitarrista dei Dimmu Borgir nel prossimo tour!”

Tutti possiamo concordare col fatto che a volte la dea bendata entri in gioco nelle nostre vite. Ma considerare i risultati ottenuti in ambito musicale solamente dovuti alla casualità sminuisce, e di molto, l’impegno che ogni musicista professionista mette sul proprio strumento.
Ma come mai? Semplice: la percezione popolare del professionismo musicale è relegata solamente al mondo del music business  più in evidenza. Veniamo bombardati dal nuovo singolo dell’ultimo vincitore di X-Factor e sappiamo perfettamente chi è, che faccia ha, dove vive e qual’è il suo deodorante preferito (tramite i social, che hanno rubato il lavoro agli ormai sempre più disoccupati paparazzi). Ma non sappiamo chi è il compositore della sigla di Quattro Ristoranti di Alessandro Borghese, anche se la ascoltiamo tutti i giorni e sapremmo pure canticchiarla a memoria. E tutta la musica di sottofondo che sentiamo ogni giorno nelle pubblicità, nei programmi televisivi e nei film, è stata compostasuonata da dei musicisti professionisti che hanno usato la loro esperienza sul campo per soddisfare il requisito musicale di chi ha commissionato il lavoro.

Siamo circondati dal frutto del lavoro svolto in campo musicale e non ce ne rendiamo nemmeno conto. E la maggior parte di questi professionisti non è stata fortunata, ma ha lavorato duramente per arrivare a quel punto. Il motivo per cui non cogliamo questa parte del professionismo musicale è che non viene mai mostrato dai media, che preferiscono concentrare la loro attenzione sulla pop star del momento. Da una parte, giustamente, dato che sanno perfettamente quanto più remunerativa sia una scelta del genere. Dall’altra, relegando nell’ombra la maggior parte di chi fa musica per vivere.

E questa poca percezione della “professione musicista” ci porta al secondo punto, ossia…

“Una volta avuto il colpo di fortuna, vivere di musica è una pacchia.”

Chiaramente la persona comune, quando legge online o nelle riviste quanto viene pagato un musicista o un gruppo musicale per una data, sta già pensando a come sia possibile guadagnare tutto quel denaro semplicemente per due ore scarse di concerto. Un po’ come quando ho letto di quanto guadagnava Tiger Woods ogni volta che colpiva la pallina da golf.

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1282$ ogni colpo. Nel 2008 la media si è alzata a 4191$ per colpo. Se noi sbagliamo, perdiamo una pallina. Se lui sbaglia, si consola comprandosi una Stratocaster American Standard.

Tralasciando però i livelli alti della remunerazione in ambito musicale (anche se si potrebbe scrivere molto di come artisti del calibro dei Red Hot Chili Peppers muovano volumi d’affari tali da rendere assolutamente giustificati i cachet altissimi dei loro live), anche qui abbiamo la percezione che la musica professionistica sia solo quello.
Ci dimentichiamo di tutti quelli che lavorano negli ambiti meno evidenti della musica: i già citati produttori di colonne sonore, ma anche gli insegnanti, i tecnici del suono e i musicisti turnisti fanno parte di questa categoria. Senza contare anche chi fa della propria musica una professione ma senza “sfondare” mai completamente e quindi dovendo impegnarsi quotidianamente per produrre nuovo materiale da proporre ai fan, arrotondando magari con qualche altro impiego. Ciascuno di questi lavori richiede tempo ed energia e di rimanere attaccati allo strumento per giorni interi. Non solo nella fase iniziale di studio dello stesso, ma anche quotidianamente.

Quando un musicista dilettante si diverte suonando il suo strumento per mezz’ora, o magari un’ora al giorno, pensa che chi lo fa per lavoro impieghi lo stesso tempo. Ma figuriamoci. Chi studia per diventare professionista passa almeno quattro ore al giorno a suonare (nei giorni in cui altri impegni impediscono di studiare di più) e una volta raggiunto il professionismo è difficile non avere lo strumento in mano per meno di otto ore al giornoconsiderato sia il tempo passato nel lavoro effettivo, sia il tempo dedicato a ulteriore studio per rimanere costantemente aggiornati o comunque pronti per sostenere un impiego musicale di qualsiasi tipo. Tutto questo, nella maggior parte dei casi, per una paga assolutamente in linea con quella di un lavoro d’ufficio, se non addirittura più bassa. Molto più comodo pensare di non avere talento, piuttosto che impiegare tutto questo tempo a studiare…

Ma è sicuramente più divertente suonare rispetto che stare in ufficio giusto? E arriviamo all’ultimo punto, ovvero…

“Suoni e ti pagano. Praticamente il tuo lavoro è divertimento. Di che ti lamenti?”

Ok. Chiariamoci subito, in modo da evitare qualunque fraintendimento.
Io di mestiere faccio il musicista, in particolare l’insegnante di chitarra. Ho una mia scuola di musica, che gestisco con grandissima passione e che mi da soddisfazioni sempre maggiori di anno in anno.
Non cambierei il mio lavoro con niente al mondo, probabilmente.

Ma è comunque un lavoro. Per quanto io lo faccia molto volentieri, ho bisogno, davvero, ogni tanto, di staccare la spina. Ogni anno, nel mese di Agosto, non tocco la chitarra per almeno 4 settimane. Ricomincio a suonare una settimana prima di Settembre, in modo da essere in forma per quando ricominciano le lezioni. Ma credetemi se vi dico che, a parte Agosto, quando arriva la Domenica, il più delle volte la chitarra non la voglio vedere nemmeno in foto.
Come tutti gli impieghi, anche questo si porta dietro un certo quantitativo di stress, sicuramente inferiore a quello di tanti altri mestieri (mi vengono in mente in primis gli infermieri). Ma sempre di stress si sta parlando, e va gestito come nelle altre circostanze: staccando la spina.
Non oso immaginare quanto sia sfiancante poi fare il turnista: ogni sera in un posto diverso a suonare dal vivo, sempre lontani da casa e dalle proprie famiglie. Anni fa ho capito che quel mondo non era assolutamente fatto per me, e non ho cercato di entrarvi. Come del resto alcuni turnisti potrebbero trovare insostenibile il continuare a insegnare per la cinquecentesima volta la scala maggiore di Do.

Quindi sì, la musica può essere un bel lavoro, gratificante e divertente. Ma non aspettatevi che sia poi questo paradiso. Se ci fermiamo all’apparenza, tutto può essere visto come una alternativa migliore alla propria vita, soprattutto se stiamo facendo un mestiere che non ci piace assolutamente. Però, se questo è il caso, piuttosto che mitizzare qualcosa che non conosciamo, dovremmo cercare di capire cosa migliorare in noi, nel nostro quotidiano. E magari, pensando a quel turnista che sta girando il mondo, renderci conto che tutto sommato, rimanere a casa una sera, con la propria famiglia, semplicemente a rilassarsi, non è poi così male.

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Nulla è più a tema della famiglia del “Canto di Natale di Topolino”. A fine Giugno.

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