Perché suoni la chitarra?

La domanda è semplice. La risposta non lo è affatto.


O almeno, per quanto mi riguarda, capire sul serio quale strana forza occulta mi ha portato a dedicare la mia vita intera a uno strumento musicale, sfidando anche le leggi del buon senso e facendolo diventare un lavoro a tempo pieno, è tuttora un mistero.
Ci si potrebbe accontentare di un “beh perché mi piace”, ma spiegazioni del genere lasciano il tempo che trovano. Soprattutto quando si cerca di capire se stessi.

Forse è anche per questo che ho deciso di scrivere questo articolo. Magari mi aiuta a capire, in fondo, le mie reali motivazioni. O no?

Alle radici della passione

Molti suppongono che io abbia iniziato da bambino. Macché. La prima chitarra la presi in mano a sedici anni. Essendo fondamentalmente un adolescente problematico, mi sembrava di non combinare niente di valido nella vita e di non avere niente di interessante da offrire, soprattutto alle ragazze, che in quel periodo erano il mio pensiero fisso.

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Mentre adesso ho messo la testa a posto. E gli asini hanno iniziato a volare.

Per me fu un colpo di fulmine (non solo per Mila Kunis, quello è più recente… al tempo ce l’avevo con Alicia Silverstone) e ancora oggi mi chiedo cosa mi spinse a dedicarci da subito così tanto tempo. Spirito di competizione con tutti gli altri miei amici che suonavano? Soddisfazione nel riuscire a suonare le canzoni che mi piacevano? Chi lo sa. L’unica cosa certa è che da un giorno all’altro, la chitarra concentrò su di se tutte le mie energie.
Qualcuno mi disse anche “probabilmente hai avuto dei genitori appassionati di musica”Direi di no. Al di la di qualche successo radiofonico e di un amore giovanile nei confronti dei Pooh, i miei genitori non mi hanno mai spinto all’ascolto di nulla, fondamentalmente. Né tanto meno alla pratica di uno strumento musicale. Però do loro atto di non avermi mai ostacolato nel percorso, cosa che purtroppo ho visto accadere a qualche mio allievo in passato.

Dall’hobby alla pagnotta

E fu così che terminati i miei studi di perito informatico (mai esercitato nel corso degli anni), mi ritrovai davanti a una scelta difficile: mi accontento di questo lavoro che non mi fa schifo, oppure cerco qualcosa che mi piaccia sul serio?

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Ho scelto la musica perché scarseggiavano i posti di annusatore di ascelle.

La risposta la potete intuire, se sto scrivendo queste righe.
Il passaggio dal semplice hobby al professionismo, per quanto mi riguarda, è stato assolutamente naturale. Fondamentalmente, dedicare tutta la mia giornata alla chitarra era qualcosa che volevo già dall’inizio della mia esperienza musicale. Di conseguenza mi è difficile, a volte, comprendere chi dica che diventare un professionista con la musica è molto impegnativo. Certo, le veschiche sulle mani che precedevano i calli le ricordo ancora. O il ripetere per un’ora al giorno una sequenza di note che sarebbe durata tre secondi, per quattro mesi, per riuscire in un passaggio impossibile. Ma tutte le circostanze che mediamente scoraggiano i chitarristi che lo fanno per passatempo non hanno fatto che far crescere il mio desiderio di riuscire nell’impresa. Senza contare che, non ho idea del perché, per me la teoria della musica è sempre stata una passeggiata. Mai capito cosa ci sia di tanto complicato. Per me tra l’altro è incredibilmente affascinante: trovo che le regole musicali delineino romanticamente un percorso a metà tra il logico e l’istintivo che illustra la bellezza di questa meravigliosa arte.

Ma tutto questo? Perché?

Ho parlato dell’inizio e dello svolgimento del mio percorso.
Diciamo che attualmente, proprio a causa del mio lavoro da musicista, suono molto poco per me stesso. Il che sembra un paradosso, però dipende proprio dalla tipologia di lavoro che ho scelto in ambito musicale.
Oggi sono un insegnante professionista e ho un’attività che funziona benissimo. Da anni svolgo con piacere questo mestiere e ne ricavo veramente molte soddisfazioni.
Perché?
Mi piace vedere le persone contente di aver raggiunto un obiettivo. Quando sono davanti a un allievo bloccato in un qualunque punto della sua preparazione, rivedo me stesso davanti a un ostacolo. Forse grazie a un po’ di empatia sviluppata negli anni, è come se la difficoltà dell’allievo fosse una mia difficoltà. E se grazie al mio aiuto questa problematica non c’è più, è come se io stesso avessi imparato qualcosa di nuovo. E’ come tornare indietro ogni volta e rivivere la propria vita musicale dal principio, ri-ottenendo quella soddisfazione dell’aver varcato una nuova soglia di abilità.

Un po’ come rigiocare a un vecchio videogioco, della nostra infanzia o adolescenza. Quasi sicuramente non ci ricordiamo come abbiamo fatto a sconfiggere quel maledetto boss di fine livello. Riuscendoci di nuovo, ci tornano in mente tutto ciò che circondava quel gioco: gli amici che frequentavamo, le ragazze che sognavamo, i programmi che davano alla tv.

Un po’ mi piace lasciarmi andare alla nostalgia.
Sarà che sto diventando vecchio.

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“Ai miei tempi non rubavano le ringhiere, adesso bisogna metterci tutti ‘sti lucchetti!”

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